The

A look outside the water
by Luisa Scarlata

Are Apple customers still able to “Think Different”?

Are Apple customers still able to “Think Different”?

credit: bynonato

Once upon a time there was a fantastic campaign against tobacco. To discourage young people from smoking, the campaign visuals displayed some parents in the act of smoking cigarettes. The super incisive headline said: “How can it be so cool if your mother does it too?” (or “your father” depending on the image).

Maybe it’s my “advertising” way to think, but I’m pretty sure that today, that campaign, could be used for Apple products. I imagine a picture of my father with an iPad in his hands (I could do it easily, indeed) while the headline says: “How can it be so cool if your father has it too?”.

To get to the point, another advertising example. Are we really sure that Apple users, today, are still able to think different? “Think Different” declaimed one of the most renowed Jobs slogan. And it meant a lot of things, but above all, it was an invitation, almost an imperative, to not homologate. Now, have you ever been inside the New York City subway lately? Homologation is nothing! The challenge is trying to find someone that doesn’t have an iPhone in his hands. This is why we can say that today the “Think Different” slogan could be easily used by the competitors towards Apple (and I hope that Steve Jobs can’t hear me).

Yet, I think I’m not really far from the truth. Even the first Apple tv commercial (Macintosh 1984), the historic one in which all equal people moved like androids, today rings nearly like a mock. Because today, seeming all scary equal, are exactly Apple customers. Too much, everyone: fans and not, professionals and not, capables and not, honest to God and not, young people and not, lovers and not. Expecially not.

The real problem is that Apple is becoming addictive. We must look around and start creating Apple rehabs. Weird that nobody did it yet (or maybe yes?). Because, let’s tell the truth, how can it be healthy that in just one family – or worst – that just one only person owns at the same time four Apple computers, one Apple Watch, two iPad, three iPhone, two iPod, all more or less mini?

Riding this addiction, by now, every six months (faster than humans), Apple gives birth to new versions that push into suicide the older ones (however still immaculate) and induce compulsive purchase of the new ones – (please watch this!) – without any need or, at least, one minute of healthy remark. “I must have the latest” seems to be the new obsession. And, above all, I must shout to the entire world (that is “I have to tweet”) that I just bought it. It’s not anymore “I have the biggest” (if often the opposite) but “I have the latest”.

Come on, people even sleep outside Apple stores, on the hard paving, just to… buy. In the past we used to do that to see the Beatles. Could there be something more sad than this? Or noxious?

The truth is that tomorrow, the one who will have the courage to return to sender the next mini, air or iPhone, will be able to say “I think different”. For real.

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December 3rd, 2015

“Disconnect”. Tu ci sei su Facebook?

“Disconnect”. Tu ci sei su Facebook?

credit: thos003

“Tu ci sei su Facebook?”. Attenzione, perché questa semplice domanda è in realtà molto insidiosa e il più delle volte prevede solo due possibili conseguenze. A) La risposta è affermativa quindi, poiché anche tu fai parte di questa immensa sorta di gioco di società, allora colui che ha fatto la domanda continuerà ad intrattenere rapporti con te. B) Non sei su Facebook?!!!? (sì, perché chi sta su Facebook non contempla nemmeno lontanamente la possibilità che qualcun altro invece non ci sia, ergo che abbia una vita vera).

Allora, poiché probabilmente sei morto e non lo sai, hai comunque qualcosa di decisamente strano: l’autore del quesito non vorrà più avere contatti con te, dimenticando persino che da qualche parte, probabilmente prima dell’avvento di Facebook, vi eravate comunque e in qualche modo incredibilmente conosciuti.

Viene da chiedersi come mai se fino a poco tempo fa per avere contatti con una persona, un amico, si poteva usare anche la mail, il telefono o addirittura il vedersi (sì, quella cosa che si fa uscendo di casa, incontrandosi, guardandosi in faccia e parlando occhi negli occhi) oggi tutte queste alternative vengono totalmente snobbate dagli abitanti di Facebook. Se ponete questa domanda, la risposta è spesso quella più incredibile: “perché scrivere una mail o telefonare è molto più faticoso”.

Faticoso?! Lavorare in miniera è faticoso, studiare è faticoso, allevare un figlio è faticoso. Ma per l’utente tipo di Facebook telefonare ad un amico è faticoso. Allora forse la chiave di tutto sta appunto in quella parolina che è l’esatto opposto della fatica, ovvero la facilità. Facebook è un immenso serbatoio di “amicizie” facili. Cento, mille amici tutti lì a portata di clic, con cui condividere il club della Nutella o dei Simpson, una sorta di paesone narcisista, di “Novella 2000” delle persone comuni in cui il pettegolezzo domina senza neppure fare la fatica di mettere il naso fuori di casa per andarselo a cercare.

E allora via a guardare i profili (ovviamente se non falsi decisamente poco obiettivi) e le foto di tutti (che male c’è? Se ce le hanno messe vuol dire che vogliono essere guardati!), a cercare l’amico dell’amico dell’amica, l’ex fidanzato delle elementari, quella che mi piaceva quando avevo quindici anni e che-voglio-vedere-come-è-diventata-che-oggi-magari-si-vuole-mettere-con-me.

Un mondo di virtuali illusioni che funziona perché elimina ciò che è intrinseco nella costruzione e nel mantenimento dei rapporti umani: il rischio e, appunto, la fatica. Perché sudarsi un’amicizia o un amore veri quando stando comodamente seduti su una sedia ci si illude di avere una vita perfetta, fatta di mille ipotetici rapporti interpersonali di ogni tipo? Chi non sta su Facebook è “out”. Infatti è lì che vive la vita vera: fuori. Tutto il resto – e sono spaventosamente tanti – sono invece troppo “in”. In quel mondo parallelo in cui finiscono per passare ore e ore, fino a giornate intere.

Non c’è computer in ufficio che non abbia sempre una finestra aperta su Facebook né scrivania di studente che fra un paragrafo e l’altro non commenti l’interessantissimo messaggio di uno dei trecentosettantasette amici, tipo: “l’hai vista la partita?”.

A dare ragione a queste poche righe sono ormai in molti: il recente film di Henry Alex Rubin “Disconnect“, ad esempio, o ancora un importante studio effettuato dall’“Ohio State University” il quale dimostra, dati alla mano, come gli studenti del college che usano Facebook hanno voti più bassi rispetto a quelli che non lo utilizzano.

I rischi del celebre social network, ovviamente, non finiscono qui e, poco a poco, stanno venendo tutti alla luce: il proliferare di gruppi pericolosi come quelli razzisti, nazisti o dei guastatori di feste organizzate (“Republican Army”) e, soprattutto, l’incognita data dall’esposizione non controllata e permanente dei propri dati personali che mette gli utenti di Facebook a rischio di facili manipolazioni, truffe e persino di veri e propri furti di identità.

Ad oggi questi pericoli sembrano preoccupare ancora troppo poco l’ingenuo popolo di Facebook, ma quanto durerà? Il ridimensionamento del fenomeno è già lentamente cominciato e qualche pentito è uscito allo scoperto. Facebook farà dunque la stessa fine di Second Life? Può darsi: in fondo mantenere in vita anche il proprio avatar è faticoso eccome! Prima o poi, speriamo davvero, tornerà la sana voglia di tenersi solo la propria modesta vita reale, con quei famosi amici veri che sì, si contano sulle dita di una mano ma con i quali è possibile vedersi e a farsi una bella risata, magari con un buon bicchiere di vino in mano. Allora si potrà tornare semplicemente a chiedere: “Ci sei?”.

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January 23rd, 2014

Quando, se una donna ti lasciava, le scrivevi una canzone.

Quando, se una donna ti lasciava, le scrivevi una canzone.

credit: brucediane

Non è stato dimostrato, né è mai stato esplicitamente confermato dal diretto interessato, ma si dice che Bruce Springsteen scrisse “Bobby Jean” per lanciare un messaggio alla sua ex fidanzata Diane Lozito.

Era infatti accaduto che dopo qualche tempo, come capita a tutti i comuni mortali, la relazione fra Bruce e Diane si era logorata. Quindi un giorno, improvvisamente, lei fece le valigie e se ne andò dalla casa in cui abitavano insieme.

Ai tempi non esistevano i cellulari, né tantomeno facebook, perciò se una donna ti lasciava e non voleva farti sapere dove andava, non solo era liberissima di farlo ma soprattutto non aveva modo di essere rintracciata.

Negli anni ’70, quando Bruce tornò a casa e si accorse che Diane aveva deciso di andare via, non ebbe dunque altra scelta che accettare e rassegnarsi. Due parole estremamente importanti.

Non c’era proprio modo infatti, per lui, di sapere dove diavolo se ne fosse andata. Altro che telefonate ossessive, inseguimenti, torture, stalking e persino omicidi, come succede ai nostri giorni.

Allora si soffriva. Si incassava. Si andava avanti. Perché il fatto che ognuno è libero di andare dove vuole era qualcosa di semplicemente assodato.

Sono stati dunque questi mezzi a creare in noi l’idea di poter controllare e addirittura possedere le persone? L’idea che soffrire per la perdita di qualcuno possa giustificare la voglia di eliminare il motivo di questa sofferenza?

Certo anche Bruce non ci rimase bene. Al contrario ci rimase talmente male che molti anni dopo scrisse ancora una canzone per Diane. Si intitolava “Bobby Jean” e iniziava così:

Beh, sono passato da casa tua l’altro giorno
tua madre ha detto che te ne eri andata
ha detto che non c’era nulla che avrei potuto fare
non c’era nulla che nessuno avrebbe potuto aggiungere
“.

Poi Bruce continuava esplicitando il suo disarmo di fronte al non sapere dove fosse andata Diane:

…può darsi che tu sia qua fuori
o in quella strada da qualche parte
in qualche autobus o treno viaggiando lontano…
“.

Infine Bruce chiudeva la sua canzone nel modo più bello, che dovrebbe insegnare molto agli uomini così deboli di oggi: non ci sono vendette, non ci sono maledizioni piuttosto un augurio che solo chi sa amare davvero è capace di fare:

…in qualche stanza di un motel
dove ci potrà essere una radio che suona
e tu mi ascolterai cantare questa canzone
beh, se è così sappi che sto pensando a te
e a tutte le miglia tra noi
e ti sto giusto chiamando un’ultima volta
non per farti cambiare idea
ma solo per dirti che mi manchi amica:
buona fortuna, addio
Bobby Jean”
.

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October 20th, 2013

10 reasons (plus 1) why sometimes I would like to quit Twitter.

10 reasons (plus 1) why sometimes I would like to quit Twitter.

credit: eldh

1. Because sometimes I think I would have better things to do.

2. Because sometimes I’m sure there are better things to do.

3. Because in any other situation, the idea of having “followers” would be scary. And there’s a good reason for sure.

4. Because sometimes I appreciated more someone before following him than after.

5. Because I wouldn’t like that happening to me.

6. Because often people who seemed extraordinary to me, become totally ordinary on Twitter.

7. Because I wouldn’t like that happening to me.

8. Because sometimes it’s better to shut up and give the impression of being stupid, than post a tweet and clear any doubt.

9. Because too often, people you follow become your portrait, and this could be dangerous.

10. Because sometimes, as in real life, there are things that I wouldn’t have known and things that I wouldn’t have said.

11. Beacause I still believe in the virtue, common sense and grace of privacy.

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February 5th, 2013

WebVisions Barcelona: too full of promises to say no.

WebVisions Barcelona: too full of promises to say no.

credit: WebVisions

Web professionals have an unmissable appointment in Europe too: they will meet all together in Barcelona from the 4th to the 7th of July at “WebVisions” (Pompeu Fabra University Roc Boronat, 138), the renowned meeting for web experts that in 2012 will take place in Portland (May 16-18) and Chicago (September 26-29) too.

Like Brad M. Smith (WebVisions Executive Director) says, “WebVisions” explores the future of design, content creation, user experience and business strategy in an event that inspires learning, collaboration and entrepreneurism. Anyway “WebVisions” claim speaks clearly:“explore the future of the web”. In a few words if you want to know what will happen, you must be there. Actually the meeting agenda is impressive: studio tours and networking parties, followed by a day of workshops and two full days of sessions, panels and keynotes, plus music, film screenings, a Hackathon for Social Good, Business Innovation and Education Lab and other special events.

And to close again with their own words, “WebVisions explores the future of the Web and mobile design, technology, user experience and business strategy. We’re changing the world, one byte at a time”.

Too full of promises to say no. Don’t you think?

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May 7th, 2012

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